Loggia di Banchi, no a una concessione esclusiva: per Italia Nostra deve restare uno spazio del Comune aperto a diverse iniziative

Per il presidente Stefano Fera bisogna chiudere gli scavi archeologici, rifare la pavimentazione ottocentesca della Borsa e riportare la Loggia di Banchi a ciò che era prima dello stop ai lavori, evitando percorsi museali forzati e nuove funzioni monopolistiche

La priorità, prima ancora del destino degli scavi e perfino prima della discussione su mostre, concerti o allestimenti, è una sola: la Loggia di Banchi non deve finire nelle mani di un soggetto specifico. Per Stefano Fera, appena riconfermato presidente di Italia Nostra Genova, il punto decisivo è proprio questo. Lo spazio deve restare pubblico, in gestione comunale, disponibile a un’alternanza di iniziative diverse e non piegato a una sola vocazione. È questa la linea che Fera ha ribadito con forza intervenendo nei giorni scorsi in commissione consiliare sul futuro di uno dei luoghi più simbolici del centro storico di Genova, dove il dibattito sugli scavi archeologici e sulla destinazione della Loggia continua a incrociare memoria urbana, tutela monumentale e visioni molto differenti sul futuro dell’area.

Nel suo ragionamento, Stefano Fera parte da un’immagine forte, quasi narrativa, per spiegare ciò che secondo lui è accaduto con il progetto della precedente amministrazione. «È come se la città di pietra avesse voluto mandare un messaggio alla città dei vivi», dice. E aggiunge: «La precedente giunta, partendo in quarta con un progetto, appena ha cominciato a grattare si è sentita dire dalla città di pietra: “No, fermatevi!”». Nella lettura del presidente di Italia Nostra, il blocco dell’intervento non è solo un incidente tecnico o archeologico, ma il segno di un conflitto profondo tra due dimensioni di Genova, quella fatta di pietra, calce e mattone, che dura da secoli, e quella dei contemporanei, che spesso tenta di imporre progetti senza davvero ascoltare la natura storica dei luoghi. «Ci sono due città», insiste, «una cosa è la città di pietra, di calce, di mattone, che dura da millenni, e una cosa è la città dei vivi. E queste due città non sempre comunicano tra loro, molto spesso sono in contrasto. Questa volta la città di pietra ha detto ai vivi: “Fermatevi, perché questo progetto non s’ha da fare!”».

Da qui parte una critica netta al vecchio impianto pensato per la Loggia. Fera chiarisce che Italia Nostra non aveva mai approvato quell’idea, non perché sia contraria in sé a un museo della città, ma perché quel museo, a suo giudizio, non ha alcun senso lì dentro. «Il museo della città ci vorrebbe eccome, ma a Sant’Agostino, quella è la cosa logica», spiega, sostenendo che il museo di Sant’Agostino sia già di fatto il luogo più adatto, per collezioni, spazi e vocazione, a diventare davvero il museo della città. «Andrebbe riallestito, ristudiato, e lì ci sono veramente tutti gli spazi necessari, perché c’è anche la chiesa». Per rafforzare il concetto, Fera richiama anche un paragone internazionale: «Il museo della città di Barcellona, che forse è la città più assimilabile a Genova, ha quattromila metri quadri di esposizione. Come si poteva pensare dentro la Loggia, anche facendo quella incastellatura, quel baraccone che volevano fare, di farci stare tutto quello che serviva?». Il giudizio sul progetto è tranchant: sarebbe stato, dice, poco più di «una specie di museo didattico, o di introduzione alla storia di Genova per il solito turismo ciabattone dei croceristi», una soluzione povera, insufficiente e completamente inadeguata rispetto alla complessità storica della città.
Il ragionamento di Stefano Fera si allarga allora al valore originario della Loggia di Banchi, che per lui non può essere tradito da interventi invasivi o da funzioni rigide. Ricorda che quello spazio nasce come piazza coperta, intimamente legata alla funzione finanziaria e civica di piazza Banchi, dove lavoravano i cambiavalute e dove affondano persino radici linguistiche come quella della parola “bancarotta”. «A chi non pagava spaccavano il banco», ricorda, «lo rompevano in modo che non potesse più esercitare». Ma soprattutto ricostruisce la genealogia architettonica e politica della Loggia, vista come una trasposizione rinascimentale delle grandi logge civiche italiane, da Firenze a Brescia, da Padova in poi, spazi di rappresentanza, di giustizia, di politica, di incontro. «Piazza Banchi era l’equivalente di piazza De Ferrari della città antica», osserva, restituendo alla Loggia il rango di luogo centrale nella struttura urbana e simbolica di Genova.
Proprio per questo, secondo Italia Nostra, non si può ragionare solo sul volume della Loggia senza intervenire anche sulla piazza. «Per noi un tema importantissimo è mettere mano alla Loggia e contemporaneamente alla piazza. Non dobbiamo perdere quest’occasione di risistemare anche la piazza», dice Fera. Il presidente dell’associazione insiste su un punto che considera decisivo: piazza Banchi è uno dei rarissimi veri spazi urbani storici di Genova e oggi risulta soffocata da elementi incongrui, da chioschi, strutture chiuse, ingombri visivi che ne compromettono la lettura. «Noi continuiamo a dire “Genova città senza piazze”. Finalmente lì abbiamo una piazza antichissima con una sistemazione rinascimentale importante e ce l’abbiamo intasata dai chioschi di libri». Il riferimento è ai manufatti presenti nella piazza e lungo il lato della Loggia, che secondo Fera andrebbero spostati per liberare la percezione dello spazio. La proposta è di trasferirli più in là, verso piazza Caricamento, magari allineandoli lungo la facciata di ponente di Palazzo San Giorgio per creare anche un invito più chiaro tra Porto Antico e centro storico. «In quel modo, svuotata la piazza, si percepirebbero sia la Loggia sia la chiesa in maniera molto più efficace», sostiene, «si apprezzerebbe molto di più quello spazio urbano».
Sulla Loggia in sé, Fera ammette che la prima opzione ideale di Italia Nostra sarebbe la riapertura completa, un ritorno all’impianto originario rinascimentale. «La nostra prima opzione sarebbe quella di riaprire la Loggia come era in origine, come era in epoca rinascimentale quando il Vannone l’ha fatta, quindi eliminare quelle vetrate, quei serramenti». Ma subito dopo prende atto della realtà attuale, degli impianti esistenti, dei problemi di sicurezza e della vita notturna della zona. «Prendiamo atto che lì dentro è stato fatto un impianto di climatizzazione, di riscaldamento. Capiamo che non avrebbe senso oggi lasciare aperta la Loggia. Poi ci sono tutti i problemi di sicurezza notturna». E dunque la conclusione pratica è una posizione pragmatica: «Va bene, teniamoci tutto così com’è». Non un entusiasmo per la situazione attuale, ma la consapevolezza che non si può cambiare la città con un gesto astratto ignorando le condizioni concrete.
Il passaggio sugli scavi archeologici è altrettanto netto e destinato a far discutere. Stefano Fera riconosce l’interesse dei ritrovamenti, ma ne ridimensiona fortemente la portata. «Come ti metti a grattare dentro il centro storico viene sempre fuori della roba interessante», osserva, ma precisa subito che si tratta pur sempre di «cantine medievali, benché non le abbia visto di persona e da quello che sento dire», conservate meglio perché riempite di terra, non di scoperte in grado di rivoluzionare la storia urbana di Genova. «Non è venuta fuori la presunta Basilica di Vitruvio ritrovata a Fano, che rivoluziona completamente la storia dell’architettura», taglia corto. Per Italia Nostra, dunque, non ci sono i presupposti per costruire intorno a quei resti un percorso archeologico pubblico che modifichi il senso e l’uso della Loggia. «Da questi scavi non è emerso niente che già non si sapesse», afferma, e per questo la linea dell’associazione è quella di richiuderli. «Possono essere tranquillamente ricoperti, che è una pratica ormai consigliata anche dagli archeologi, perché in Italia abbiamo talmente tanti siti archeologici che non riusciamo a mantenere».
L’eventuale mantenimento di una porzione visitabile viene contemplato solo in forma tecnica, quasi di servizio agli studiosi, non come attrazione aperta al pubblico. «Se si riescono a creare dei locali ipogei creando una soletta in modo che restino visitabili dagli studiosi va bene, ma senza aprire al pubblico». Ancora più dura è la bocciatura delle ipotesi di pavimentazioni trasparenti. Fera le definisce una soluzione da evitare sia per ragioni di sicurezza sia per motivi conservativi. «Noi siamo contrarissimi alle famose pavimentazioni trasparenti di vetro», dice. «Primo, per un problema di sicurezza: se uno ci entra con i piedi bagnati in una giornata di pioggia e magari ha una certa età si rompe un femore lì sopra, dopodiché il Comune deve pagare». Ma il punto che gli preme di più è quello tecnico, il cosiddetto «effetto parabrezza», cioè la condensa che si genera tra ambienti termicamente diversi. «Se sopra hai un locale climatizzato e sotto un locale a contatto con la terra, la superficie vetrata diventa una superficie di scambio termico, crea condensa, si appanna, non vedi più niente, e in più la condensa crea muffe, licheni, efflorescenze saline e formazioni biotiche di vario genere che danneggiano ancora di più i reperti archeologici». La conclusione è drastica: «Quella lì è una cavolata che si è verificata in moltissimi casi in Italia». E allora, per Italia Nostra, meglio una scelta lineare: «Che venga chiuso tutto quanto e venga rifatta la pavimentazione ottocentesca della Borsa».
Anche qui il riferimento storico è importante, perché Fera ricorda che l’attuale Loggia è già il frutto di una grande ricostruzione del dopoguerra. «La Loggia di oggi non dico che sia un falso storico, ma quasi», osserva, ricordando come dopo i bombardamenti rimanessero in piedi solo archi, colonne e pochi elementi, mentre volta e copertura fossero andate completamente perdute. La Loggia attuale, come la chiesa di San Pietro in Banchi, è dunque per lui una ricostruzione degli anni Cinquanta, ben fatta e intelligente, ma pur sempre una ricostruzione. Da qui l’idea che il traguardo sensato sia restituirla alla configurazione che aveva prima della recente chiusura per i lavori, senza forzature museali e senza invenzioni architettoniche superflue.
Ma il cuore politico e culturale di tutto il discorso resta quello sulla gestione. È lì che Stefano Fera alza davvero il tono e fissa il confine che per Italia Nostra non può essere superato. «La cosa per noi fondamentale è che non venga data in concessione a nessuno», dice in modo chiarissimo. E insiste: «Questa viene per noi ancora prima di tutte le questioni architettoniche. Lo spazio della Loggia di Banchi deve rimanere in gestione al Comune come spazio flessibile e disponibile per varie attività». Per il presidente di Italia Nostra è naturale che attorno alla Loggia si muovano associazioni, proposte, idee, interessi culturali differenti. Anzi, lo considera un segno positivo della vitalità della città. Ma proprio per questo nessuno deve prevalere. «All’assemblea ci sono stati vari interventi e ognuna delle associazioni tirava l’acqua sul proprio mulino. A me va bene tutto», spiega. «Che lì dentro ci facciano ogni tanto un concerto, io sono ben contento. Poi c’è stato chi ha pensato a farlo diventare uno spazio per mostre d’arte contemporanea e va benissimo anche l’arte contemporanea. Va benissimo anche il Suq, ma che la Loggia non sia monopolizzata da nessuno in pianta stabile».
Il concetto lo ripete più volte, quasi a volerlo scolpire. «Quello è uno spazio a disposizione della città e deve rimanere uno spazio a disposizione della città». E ancora: «Non può essere che qualcuno si prenda quello spazio lì e se lo gestisca in esclusiva». Per Fera la Loggia ha tutte le caratteristiche per diventare un contenitore civico polifunzionale, accessibile, centrale, monumentale, capace di accogliere usi diversi senza essere piegato a una sola funzione. «Genova ha bisogno di uno spazio flessibile, di uno spazio polifunzionale e quello lì andrebbe benissimo, perché non ha praticamente vincoli», sostiene. «Ci puoi fare delle cose grandi, piccole, ci puoi fare installazioni, concerti, mostre di arte contemporanea, mostre di arte antica, letture, poesia». Il problema non è l’iniziativa, ma la cristallizzazione. «Va benissimo che Genova abbia una sua vitalità dal punto di vista di queste associazioni culturali, che è una cosa bella, positiva, però che ce ne sia una che si impone sulle altre in quella zona, in quel posto lì, non va bene».
Il presidente di Italia Nostra torna così alla sua formula più netta: «Che sia gestito dal Comune, che non sia privatizzato». E precisa che il tema non riguarda solo la privatizzazione in senso stretto, ma anche l’uso esclusivo, continuativo, di fatto monopolistico. «È importante che la Loggia torni ad essere quello che era prima. Che lo usino quando c’è il Festival della Scienza, delle mostre sull’Ottocento, ma che non venga privatizzato. Ci facciano quello che vogliono, ma che ci sia un inizio e una fine. Anche due, tre volte, facciano quante volte vogliono, però che ci sia un inizio e una fine e poi ci siano altre cose». Il vero rischio, per lui, è che una funzione escluda tutte le altre. «Quello che veramente troverei assurdo è che una qualsiasi funzione escludesse le altre, che siano musicali, artistiche, sociali». In uno spazio «con questa valenza simbolica, monumentale, centrale», conclude, «non possiamo consentire che venga dato a qualcuno in uso esclusivo».
Infine c’è un altro “no” molto concreto, che riguarda l’ipotesi di inserire nella Loggia attività di somministrazione o ristorazione. Anche su questo Fera è chiarissimo: «Non parliamo di metterci dentro ristoranti, bar, locali». Il motivo non è ideologico, ma urbanistico e commerciale. «C’è tutta quella zona lì che è piena di locali vuoti, o di bar, o di ristoranti che ci sono già: bisogna già andarne a infilarne altri nella Loggia?». Nella sua visione, il recupero di Banchi non deve trasformarsi nell’ennesima scorciatoia commerciale, ma in un’occasione per restituire alla città uno dei suoi spazi più identitari.
Il quadro che emerge dalle parole di Stefano Fera è dunque molto preciso: chiudere gli scavi, rifare la pavimentazione storica, liberare la piazza dagli ingombri, evitare musei impropri, bocciare vetri e percorsi espositivi forzati, ma soprattutto salvaguardare la Loggia come luogo civico, flessibile, comunale, alternato e mai monopolizzato. In fondo, il messaggio che Italia Nostra prova a lanciare è semplice: la Loggia di Banchi non va consegnata a un progetto totalizzante, né a un gestore privilegiato. Va restituita a Genova, con tutta la sua complessità, la sua storia e la sua possibilità di ospitare, a turno, pezzi diversi della vita culturale della città.
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